Abbiamo preso in prestito il titolo di un libro di poesie di Mark Strand, il fatto è che ci sembra molto adatto. La solitudine culturale del nostro mondo, non solo musicale, ci obbliga continuamente a pensare se ciò che facciamo è bene o male o, come si dice, politicamente corretto. Sentiamo la necessità ad un riferimento ideale di tradizione, di una “archetipa” antichità senza tradire le urgenze contemporanee in cui convivono passato e futuro, ma anche e sopratutto il presente.
Siamo testimoni di grandi cambiamenti, la fine di un intero sistema di consuetudini morali o quanto meno di costume, il superamento della visione eurocentrica, la scoperta della tecnologia del piccolo, le guerre per le risorse energetiche mascherate da un manto ideologico e lo sconvolgimento dell'orizzonte culturale. Ci si rende conto che nulla è definitivo e che l'umanità deve imparare a vivere in una condizione di perenne cambiamento, condizionato da fattori geografici, culturali, storici e psicologici su cui ha ben
poco controllo.
È diffuso e palpabile un po’ di sano scetticismo e, in generale, una critica all'ottimismo della società dei consumi; è sempre più difficile ancorare le idee, le possibilità di incidere sulla realtà e il concetto di giusto e sbagliato a principi astratti, a me sembra inevitabile riferirmi alla concretezza del vivere, alla dimensione interiore e individuale, al "retrobottega", che è da una parte il nostro rifugio, il nostro "io" più autentico, la fonte di ogni valore e dall'altra il nostro tribunale.
Le canzoni di Leonard Cohen, spesso nella loro semplicità disarmante, ci mostrano una strada percorsa coerentemente molti anni fa, anche se il futuro a quel tempo ci sembrava migliore.