Keith Tippett, compositore e pianista, ha partecipato da protagonista a molte delle stagioni più creative della musica inglese: il rock progressivo e la cosiddetta scena di Canterbury, il jazz d'avanguardia, la musica improvvisata e la scena dei musicisti sudafricani. Dagli anni Settanta in avanti, con costante rigore e vitalità, Tippett ha legato il suo nome a quelli di John Surman, King Crimson, Elton Dean, Marc Charig, Mike Westbrook, Soft Machine; ha, inoltre, dato vita in trent'anni di carriera a varie formazioni musicali quali Centipede, The Ark, Tapestry, Mujician, Dedication Orchestra. Le sue "composizioni spontanee" per pianoforte combinano tecnica fenomenale e vivida immaginazione dipingendo paesaggi sonori di commovente originalità e bellezza.www.myspace.com/keithtippett
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Keith Tippett si era fatto conoscere nella scena inglese della fine dei 60 come pianista dalle inusuali influenze classiche (compositori inglesi come Elgar e Walton) ma già i suoi primi album in gruppo (si recupera su cd "Dedicated to You But You Weren't Listening", del '70) mostravano influenze rock; Centipede, ricordava in un intervista, nacque semplicemente "dal desiderio di comporre per tutti i miei amici", che non erano "solo fra i musicisti jazz, ma anche fra quelli classici e quelli rock", e simboleggia realmente, a volte se si vuole con tratti anche ingenui, ma sovente del tutto entusiasmanti, lo spirito utopico di quegli anni, un'era in cui "la parola fusion non era solo una scorciatoia per la banca". Quella di "Septober Energy" era una partitura colossale per 55 musicisti (compreso il leader): tra questi, i membri originali del primo gruppo di Tippet, Elton Dean, Marc Charig (poi come detto stabilmente con la LJCO) e Nick Evans, e ancora Robert Waytt e la cantante Maggie Nicols , Brian Godding (da sempre chitarrista con Westbrook), il già citato Larry Stabbins, e diversi dei componenti di un'altra delle leggendarie orchestre del periodo, la Brotherhood of Breath, fondata dall'esule sudafricano Chris McGregor: i suoi connazionali Harry Miller, Mongezi Feza e Dudu Pukwana (manca qui Louis Moholo, che troveremo invece su "Frames"), e gli inglesi Gary Windo e i già menzionati Charig e Evans (come si vede, una scena, quella inglese, caratterizzata da una spiccata "insularità": a riprova, aggiungiamo che gli altri collaboratori della prima Brotherhood of Breath che non abbiamo menzionato perché assenti da "Septober Energy" sono i Parker, Malfatti e Beckett provenienti dalla LJCO!). Dopo il successo di pubblico, specie dal vivo, dei Centipede, Tippet si dedicò nei due dischi successivi ("Blueprint" e il primo "Ovary Lodge", '72-'73), al versante in un certo senso opposto, improvvisazioni totali vicine alla soglia del silenzio, in trio/quartetto con la moglie Julie Tippetts, il bassista Roy Babbington (entrambi già nei Centipede) e il percussionista Frank Perry (che poi verrà riscoperto dalle etichette New Age, ma questa è un'altra storia...). Il ritorno di Tippet con una grande formazione avverrà nel '78 con "Frames", mutando peraltro abbastanza la prospettiva: 22 elementi, sei archi invece di 19, voci solo femminili (Nicols e Tippetts, straordinarie), niente chitarra, ma due pianoforti (affianca il leader Stan Trancey, veterano direttore di big bands inglese). I nomi sono i soliti noti (Dean, Charig, Miller, Stabbins, Evans, Moholo, Perry, Lowther, Wachsmann); a sorpresa dalla Germania Peter Kowald (che oltre al basso suona la tromba); produttore è stavolta Hugh Hopper (che in quell'anno fonda i Soft Heap con Dean). Come suggerisce Steve Lake nelle note originali del '78, Tippett torna senza problemi alla composizione dopo la libertà totale degli Ovary Lodge (un secondo lp è del '76); il punto è, come forse implicato dal titolo, creare delle "cornici" che "contengano e tengano sotto controllo quegli elementi che tanto spesso rischiano di venir dissipati nella musica free, quando l'azione confina con il caotico e la ricerca di intensità finisce per vanificare la cura dei dettagli". Come già e più di "Septober Energy", "Frames" appare estremamente controllato, meno esuberante e spensierato (ma non senza momenti egualmente trascinanti) ma meglio costruito, con una struttura a incastri in cui enunciazioni tematiche e generi musicali ritornano periodicamente, affidati a soluzioni strumentali e tipi di trattamento diversi: fascie allucinate di fiati e violini sfilacciati di matrice contemporanea, ritmi concitati di derivazione rock, riferimenti jazzistici più espliciti che nella Ljco e che vanno da uno squisito tema melodico con tanto di spazzole in sottofondo a lentissimi crescendo costruiti per accumulazione sui tremolo dei due pianoforti ed esplosioni solistiche di provenienza free anni 60, momenti vorticosi di caos organizzato e pienissimo rarefatti da new thing... Un lavoro quindi come si vede molto complesso, ma in cui sono anche pienamente presenti (come già nei Centipede e che, come diceva, si riveleranno più tardi anche nella Ljco) le caratteristiche che sembrano essere condivise da tutte le orchestre inglesi (pur nelle precise individualità) e che le differenziano così tanto dalle altre realtà europee e americane: non solo evidentemente il comune afflato corale, la solennità colma di emozione nella scansione dei temi (mandato/interpretazione del free americano più intenso, Ayler e Coltrane), ma soprattutto (probabilmente su insegnamento dei musicisti sudafricani citati) un calore espressivo e comunicativo che si diffonde su ogni suono raccolto, tale da non far nascere nei momenti più ostici il sospetto di un adesione soltanto intellettuale ai materiali impiegati. Il progetto che ha occupato con più continuità Tippet negli ultimi anni il quartetto che ha battezzato Mujician (dall'unione dei due termini musician e magician), col quale ha inciso tre cd dall'88 ad oggi e formato stabilmente dal sassofonista Paul Dunmall (un'altra delle presenze fisse della Ljco dell'ultimo decennio), dal percussionista Tony Levin e dal contrabbassista Paul Rogers, dalla lunga carriera, ma che è stato in un certo senso rivelato dalla sua partecipazione ai due concerti e cd della Dedication Orchestra, una formazione estemporanea creata per fini benefici e in omaggio alla memoria del già citato gruppo di musicisti sudafricani emigrati in Inghilterra (di cui rimane il solo Moholo) e formata da nomi già menzionati e non (Tippett, Dean, Parker, ma anche Coxhill, Wheeler, Bates, ecc.) e in cui Rogers dimostrò brillantemente di saper sostenere da solo il "peso" di tutta l'orchestra. Mujician è un progetto di improvvisazione totale, e va detto che in questa pratica, è forse nella dimensione del solo che Tippett rivela più pienamente la profonda originalità del linguaggio che ha saputo creare per sé in tutti questi anni, la natura spirituale, appunto magica e alchemica del suono, spesso ottenuto manipolando misteriosi piccoli campanellini e carillon. Naturalmente le caratteristiche del suo stile rimangono all'interno del quartetto, che però si può obiettare (asciugati anche i riferimenti rock che come abbiamo accennato avevano i suoi primissimi gruppi a cavallo dei 60) fa ormai del "tradizionale" free jazz: nel senso in cui si può dire e si è detto dell'eccezionale trio, che periodicamente torna a registrare e far concerti assieme ormai dal 1980, formato da Parker, Guy e Lytton: sicuramente lo "state of the art" dell'improvvisazione radicale, che però ormai ha sviluppato un suo linguaggio che abbiamo imparato a conoscere: con musicisti di quella levatura, ogni sera si compie il "miracolo" dell'improvvisazione come composizione istantanea, ma ogni sera è una composizione sempre uguale e sempre diversa (e viceversa); è un po' come l'aneddoto del bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, a seconda dello stato d'animo di chi guarda: e però, dedicandosi all'ascolto del quartetto (peraltro molto più "caldo" del trio dei connazionali: e un confronto interessante si può fare con un quintetto quasi identico di cui il primo cd è uscito contemporaneamente per la stessa etichetta, capitanato dal vecchio compagno di Tippet Elton Dean, con Sophia Domancich al piano ma gli stessi Dunmall, Levin e Rogers come altri membri, constatando quanto in realtà quello di Tippet sia più informale e moderno e quello di Dean legato alla tradizione jazz), non si può non apprezzarne la varietà delle dinamiche e delle situazioni esplorate (dal jazz all'improvvisazione radicale alla musica etnica), l'equilibrio - anche qui - tra libertà e controllo auto-impostosi dai musicisti (che è poi quello che significa interplay, ascolto e cooperazione reciproca), in definitiva la passione che (ancora una volta) permea di sé ogni nota.